Intelligenza artificiale: non paura ma responsabilità

arturo cavaliere

Presidente SIFO

Non lo scopriamo certo oggi: l’Intelligenza Artificiale (IA) sta invadendo e permeando moltissimi snodi dei servizi alla salute. È sufficiente fare una verifica su PubMed per registrare che negli ultimi due anni sono uscite oltre 70mila pubblicazioni scientifiche sull’uso dell’IA in medicina e in sanità. Un volume impressionante di pubblicistica, con una maggioranza rilevante di articoli che si concentra sui temi dell’imaging e sull’uso differenziato di cartelle cliniche e di ChatBot per la gestione dei pazienti.

In questo corpo editoriale immenso c’è un numero sempre crescente di ricerche e articoli che si riferiscono al nostro ambito professionale, la farmacia ospedaliera. Da questo punto di vista, le aree che sono state maggiormente approfondite da nostri colleghi di tutto il mondo, che hanno trasferito in studi il frutto della propria ricerca, sono la gestione dei farmaci (ottimizzazione delle scorte, previsione delle carenze di farmaci, riduzione errori di dispensazione), il supporto alle decisioni cliniche (gestione integrata dei dati clinici del paziente, potenziali interazioni farmacologiche, analisi previsionale degli eventi avversi), la farmacia clinica (Large Language Models in terapia intensiva e nella gestione delle informazioni sulle terapie). Esistono ormai piattaforme digitali che supportano in vario modo i farmacisti ospedalieri e di comunità nell’analizzare le prescrizioni, mentre la nostra realtà europea (European Association of Hospital Pharmacists – EAHP) sta lavorando per offrire a tutti i colleghi alcuni strumenti-guida (nelle sue Guidelines l’associazione europea ha sottolineato l’importanza del garantire che gli strumenti di IA agiscano sempre come strumenti di supporto e non di sostituzione delle decisioni cliniche: guai a pensare agli agenti tecnologici come prescrittori autonomi) per districarsi in un settore che procede a velocità della luce.

Naturalmente anche SIFO è attiva nella comprensione delle opportunità offerte dall’IA, dai suoi algoritmi, dai suoi agenti. Anche in un recente corso nazionale proposto a Roma, abbiamo registrato come l’IA offra già contributi concreti anche nel nostro Paese soprattutto nell’ambito della programmazione dei consumi, della gestione della logistica e degli approvvigionamenti, nel previsionale della spesa farmaceutica su base annuale, nel supporto all’interno delle elaborazioni dei report di HTA, nell’analisi delle prescrizioni potenzialmente inappropriate, nel corretto inquadramento nei pazienti in poli-terapia, nonché nella gestione del rischio clinico e nel rilevamento dei potenziali eventi avversi, anche nel dimensionamento territoriale delle terapie. Insomma: l’IA non è lontana, ma è già una presenza nel Servizio Sanitario Nazionale e nella nostra pratica professionale.

Questa presenza, come sappiamo, non è esente da pericoli, zone oscure, perplessità. Prima di tutto, come ha sottolineato Papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas, l’IA, in mano a centri di potere privati, potrebbe privilegiare i vantaggi economici da essa derivanti, andando così ad ampliare sempre più il divario tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche tra “detentori dei dati” e “concessori dei dati”. In pratica: si rischia di avere in mano uno strumento potentissimo che, invece di aiutare l’uguaglianza socio-sanitaria, ne va a stressare le differenze. Ma a parte questa osservazione complessiva, l’IA rimane in una zona d’ombra per quanto riguarda tanti temi: le regolamentazioni, le responsabilità, le evidenze, l’efficacia delle risposte, le manutenzioni, l’impatto sui pazienti (anche in termini di “dipendenza psicologica”), la proprietà e la gestione dei dati, e – da ultimo – l’impatto sulle professioni. Occorre non sottovalutare queste zone oscure, e per farlo il dialogo tra professioni e centri che producono soluzioni di IA deve essere continuo e autorevole.

Inoltre, fino a qualche tempo fa c’era il timore che l’IA “rubasse” il mestiere a certi professionisti (si pensi ai radiologi e a tutti i professionisti coinvolti nei processi di imaging diagnostico). Oggi abbiamo spostato e riposizionato il ragionamento: la paura deve essere soppiantata dalla consapevolezza, dalla responsabilità e dalla formazione. Una cosa è certa (ed è stata sottolineata nell’evento SIFO di Roma che ho già citato): non sarà l’IA a sostituire il farmacista ospedaliero; ma il farmacista ospedaliero che saprà utilizzare per la sua professione gli strumenti dell’IA si troverà a sostituire il collega che non li sa (o non li vuole) utilizzare.